Dazi USA? Difficoltosi, ma non drammatici Intervista a Luca Marco Giraldin – Meplaw USA
Per un paese come l’Italia, che rappresenta un unicum con il suo tessuto di microimprese e le sue logiche di filiera, il problema dazi assume una prospettiva a sé stante. “Sono proprio le filiere a rivestire grande importanza per valutare l’effettivo impatto dei dazi nei risultati economici dei vari settori – spiega Luca Marco Giraldin, partner di Meplaw USA.
“Il dazio, che è a tutti gli effetti una tassa applicata sui beni di importazione, viene applicato in dogana ma i suoi effetti si possono vedere in uno o più punti della filiera. Quel costo, qualcuno deve assorbirlo e non necessariamente sarà l’importatore americano. Potrebbe essere il fornitore in Italia a ricevere la richiesta di abbassare i listini, potrebbe esserci un ritocco dei prezzi di vendita – spiega il Dott. Giraldin , specializzato nella consulenza aziendale, fiscale e legale verso gli USA all’interno di Meplaw, law firm che internazionalizza aziende e che ha una rete capillare e consolidata in tutti gli Stati Uniti.
“Il vino, ad esempio, secondo la normativa americana, non può avere gli stessi intermediari di filiera per tutta la parte americana e subisce moltiplicazioni nel costo e nel prezzo al di là del dazio che viene oggettivamente applicato. Lo stesso accade per una bottiglia d’olio, il cui prezzo di vendita in USA può essere anche 3, 4 volte superiore al prezzo di acquisto al fornitore. L’effetto moltiplicatore è spesso organico, insito nella filiera”.
La situazione è davvero così drammatica?
In teoria, no. “Bisogna innanzitutto scindere il mondo farmaceutico, meccanico, metallurgico e chimico da quei settori tradizionalmente legati al made in Italy, ad alto valore aggiunto: in questi ultimi, dove il brand e l’aspirazionalità del prodotto contano molto nella percezione del consumatore finale, l’incremento del prezzo al dettaglio non risulta drammatico”. Vale a dire che se una bottiglia sale da 50 dollari a 55, chi la brama non rinuncerà ad acquistarla.
“La domanda di beni di lusso è generalmente anelastica, non subisce la variazione del prezzo”. (i beni di lusso sono anelastici e fanno parte dei beni voluttuari, cioè non di prima necessità, ma al di fuori dei beni di lusso, i beni voluttuari tendono ad avere un’alta elasticità in quanto non necessari, ndr)
In teoria, secondo quello che dicono le stime appena licenziate, il made in Italy sta subendo una leggera flessione: ad aprile e maggio i dati export rivelano comunque performance positive.
Gli USA sono da sempre un mercato strategico per l’export italiano: il 2024 ha chiuso a 65 miliardi di € export verso gli USA a fronte dei 26 miliardi di import, con una bilancia commerciale fortemente sbilanciata verso l’assorbimento del prodotto italiano oltreoceano.
“Ma non dobbiamo farci ingannare dai risultati del primo trimestre 2025, poiché la ricaduta effettiva sarà più chiara dal secondo trimestre”.
Fra l’altro, proprio a fine luglio (il 9 luglio Trump vorrebbe la “chiusura” dei negoziati) potrebbero arrivare notizie cruciali in merito alla sospensione richiesta dalla CIT (United States Court of International Trade) sui dazi in discussione alla Corte di Appello del distretto federale di Washington, DC.
Inoltre, vista la propensione protezionistica già manifestata da Donald Trump durante la campagna elettorale, “molti importatori hanno fatto scorta. Perciò la ricaduta del dazio non è ancora riscontrabile sui dati a disposizione.
Il timore legato all’Italian Sounding
I timori che serpeggiano a valle, fra le aziende delle singole filiere, sono anche legati a quello che viene definito “Italian sounding”, ovvero il prodotto che “suona” come italiano ma non lo è. Il “Parmesan cheese” che scimmiotta il Parmigiano DOP è un ottimo esempio.
“La sfida non è solo legata al dazio in sé, bensì alla situazione complessiva. Le aziende temono di perdere mercato. Inoltre, la situazione globale porta un da un lato l’incremento dei prezzi delle materie prime; dall’altra parte, il consumatore finale vede ridotto il proprio potere d’acquisto”.
La fascinazione per l’Italia resta, ma le aziende ora sono chiamate all’efficienza, ad andare “oltre lo storytelling. Non basta raccontare il prodotto, la poesia. Bisogna comprendere che l’acquirente di filiera americano è molto pragmatico, ragiona con i dati ed obiettivi. Anche il dialogo, la conversazione, devono essere orientati al risultato e “modulati” sulla cultura americana.
Bisogna inoltre essere veloci, il distributore che deve comprare olio italiano non acquisterà una sola referenza, ma un progetto di vendita e, non aspetterà che io mi metta in regola con aspetti burocratici o regolamenti, devo averlo già fatto” (vuole vedere che l’investimento, anche in energie, del produttore è stato fatto)
Come ha detto di recente il segretario di Amcham, American Chamber of Commerce in Italy, Simone Crolla, in occasione dell’assemblea tenutasi a giugno per i 110 anni della camera di commercio italoamericana, “nessuno di noi si fa intimorire da quelle che sono le discussioni politiche sui dazi”. L’eventualità di un dazio permanente universale del 10% è gestibile dalle nostre imprese”.


